Noi con lo sguardo altrove

di Franco VenturiniCorriere della Sera dell’11.05.2012

Le bombe di Damasco, come tante altre, hanno un padre incerto. Il regime di Assad le usa per ripetere che i suoi avversari sono «terroristi», e dunque non meritano il sostegno della comunità internazionale. Il fronte degli oppositori punta l’indice contro gli onnipotenti servizi segreti del presidente, evoca una provocazione ordita dal potere in perfetto stile «strategia della tensione» e si prepara a nuove più dure battaglie. E poi c’è l’ipotesi del protagonista-ombra: di Al Qaeda, del terrorismo islamista che in Siria cavalca la guerra civile per aprire nuovi spazi alle sue infiltrazioni destabilizzanti.

Due autobomba, tre padri possibili, un mare di sangue. È racchiusa in questa orrenda equazione che nessuno risolverà l’impotenza di cui sempre più spesso viene accusato l’Occidente, tra retorici appelli all’intervento immediato e sospetti (della Russia, della Cina) di lavorare per il tanto peggio, tanto meglio.

Che fare, sperare segretamente che i pretoriani di Assad riportino l’ordine? Impossibile, non soltanto perché non ci riuscirebbero, ma anche perché a troppe mattanze di innocenti civili abbiamo dovuto assistere. E se è credibile che i ribelli siriani facciano anch’essi ricorso alla disinformazione, inviati coraggiosi – come la nostra Viviana Mazza – e network internazionali hanno pensato a fornirci testimonianze indubitabili.

Schierarsi allora decisamente dalla parte degli insorti sunniti che non ne possono più di Assad e della sua cupola alawita? Mettere in cantiere un intervento? Favorire l’afflusso di armi provenienti dal confine libanese con il supporto dell’Arabia Saudita e del Qatar? Impossibile anche questo, almeno per ora. I gruppi ribelli sono divisi, e non tutti sono rassicuranti. Il precedente della guerra in una Libia ormai prossima alla frantumazione pesa, e fa venire i brividi se si pensa alla Santabarbara nella quale è collocata la Siria: Turchia, Iran, Libano e giù fino a Gaza. In caso di contagio l’incendio potrebbe rivelarsi incontrollabile, e agevolare quella espansione geostrategica del qaedismo che sembra aver subìto una paradossale accelerazione da quando è stato ucciso Osama bin Laden: dallo stesso Pakistan, allo Yemen e al Sahel.

Eccoli, i dilemmi che tormentano l’Occidente fino a ridurlo al rango di spettatore mentre i siriani si sterminano tra loro. Dovremmo nasconderci dietro la foglia di fico del piano Annan? Ma il piano Annan è già fallito malgrado le sue ottime intenzioni, e può avere soltanto due sbocchi: la rinuncia tacita, oppure, come vuole Erdogan, l’invio di migliaia di caschi blu con un mandato Onu simile a quello per la Libia (capitolo VII della Carta, che autorizza l’uso della forza). Decisione che Russia e Cina non avallerebbero, e che sarebbe comunque il primo passo di una nuova guerra.

Si torna alla prima casella, quella dell’impotenza. Ma Assad e gli altri padri putativi delle bombe di ieri dovrebbero riflettere. Le elezioni americane passeranno, la crisi economica è grave ma non cancella tutto, il potere delle immagini grondanti sangue non si è dissolto. Non sarebbe la prima volta che la dinamica dell’orrore rende possibile domani quel che oggi non lo è.

Fonte: Corriere della Sera