Di Mattia Feltri – Da Tempi.it

La superiorità antropologica della sinistra, rappresentata dalla Repubblica delle Idee, ci ha stufato ma la destra non è riuscita ad offrire un’alternativa.

Con una spettacolare doppietta, giorni fa il Foglio di Giuliano Ferrara ha introdotto la questione. Da principio Andrea Marcenaro, nella sua rubrica quotidiana, immaginando quella catasta d’intelligenza riunita a Firenze dalla Repubblica delle Idee – naturalmente con la “i” maiuscola – e diciamo Alessandro Baricco, Umberto Eco, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky eccetera, eccetera, col formidabile peso della cultura non meno che enciclopedica: tutti a convegno per dire “Berlusconi merda”. Due mattine dopo, nella pagina della posta, il direttore spendeva una trentina di righe nell’esprimere il fastidio e la noia mortale per la dottrina dell’ovvio, del bello e del buono, incontrovertibile come l’espressione “la mafia è cattiva”, un piccolo manicheismo calzante a tutte le taglie, un bell’alibi per dirsi l’Italia migliore, e però – concludeva Ferrara – questa è la Repubblica delle Idee «ma se cominciassimo a imparare qualcosa, da come si sta a tavola a come si legge un buon libro, quello no?».

Qui ognuno deve fare i conti con la libreria che ha in casa e le macchie di sugo che ha sulla camicia, ma se si pensa a una colpa collettiva, quella ascrivibile alla destra italiana – a qualsiasi destra imposta dal bipolarismo, post-missina, socialista anticomunista, liberale, democristiana, puramente reduce del pentapartito o leghista – è una colpa totale e senza perdono. Si sono spesi vent’anni, quelli trascorsi dall’appoggio di Silvio Berlusconi alla candidatura di Gianfranco Fini per il Campidoglio (autunno 1993), a contrastare colpo su colpo la cultura progressista nei suoi numerosi ed eterogenei sacerdoti, da Alberto Asor Rosa a Roberto Benigni, da Paolo Flores d’Arcais a Corrado Guzzanti, da Barbara Spinelli a Nanni Moretti. L’Italia descritta dall’utopismo pop di Walter Veltroni o dal moralismo univoco di Michele Santoro, dal femminismo saccente di Natalia Aspesi o dal giustizialismo rancoroso di Marco Travaglio, è l’Italia che sulla pelle di destra faceva spuntare foruncoli. C’era e c’è un’allergia esibita per la superiorità antropologica che la sinistra si è autoattribuita e per la quale si concede un vitalizio di autoassoluzione.

Bene, tutto questo è normale, è condivisibile. Orrore per il manicheismo, per l’antipolitica consolatoria, per la mitologia della società civile, per il pacifismo ipocrita, per l’antifascismo eterno e bolso che marchia di filofascimo chiunque non lo abbracci, per il totem della Costituzione, per il puritanesimo febbrile. Orrore per la classificazione sprezzante dell’avversario, che deve giusto scegliersi la casella: mafioso? Tangentaro? Stragista? Razzista? Servo? Ladro? Però.

Qualcosa oltre l’antitesi?
Però, oltre all’antitesi, la destra che cosa ha proposto? Oltre all’antitesi automatica, immediata, di istintivo riflesso, qual è l’Italia alternativa che si è immaginato e si è cercato di costruire? Berlusconi, i suoi ormai dispersi alleati, i suoi precari luogotenenti, le sue televisioni, le sue case editrici, quale tipo di paese hanno delineato in questi vent’anni? E, evitiamo equivoci, non si sta dicendo il progetto di Italia anche abbastanza preciso venuto fuori da settanta o ottantamila comizi. Quell’Italia lì, di cui Berlusconi parlò da Arcore con la calza sulla telecamera, quella della meritocrazia, della sana competizione, dello Stato leggero, antiburocratica, del riequilibrio dei poteri incrinato da Mani pulite, della riduzione fiscale, anticorporativa, federalista, ecco, quell’Italia è rimasta nelle promesse e nei sogni. Morì nel medesimo istante in cui, vinte le elezioni del 1994, al ministero dell’Economia andò Giulio Tremonti, prelevato dal Patto Segni, e non il liberale Antonio Martino parcheggiato agli Esteri. Traduzione: morì di parto.

Si sta dicendo, in venti anni di cui la metà trascorsi al governo del paese, quale altra Italia è venuta fuori? In che cosa è cambiata? Nel conflitto permanente col centrosinistra, il centrodestra quale visione ha opposto, fuori dal recinto del palco? Quale è l’assetto istituzionale a cui si è lavorato per rendere il paese aggiornato alla Seconda repubblica, all’Europa, alla velocità d’esecuzione imposta ai governi? Come sono cambiati i rapporti di forza fra esecutivo e legislativo? E Berlusconi, affranto dalla macchinosità con cui si arriva all’approvazione delle leggi, infine annacquate, quali contromisure ha studiato per accelerare e affilare la pratica? Se la soluzione impercorribile è ottenere il 51 per cento nelle urne, quale disegno diverso ha tratteggiato? Come è stata rimodellata la Costituzione per esempio davanti alla mutata legge elettorale, col referendum per il maggioritario del 1993, e alla mutata prassi? È entrata nella Carta quella correzione minima secondo cui il premier, come è stato di fatto, viene eletto direttamente dal popolo e, caduto lui, si torna a votare?

Quale struttura economica si è fatta avanti? Non certo la rivoluzione, ma il riformismo liberale come si è concretizzato? Come si sono combattute le corporazioni? Come si sono affrontati i privilegi di casta? Come si sono liberalizzate le professioni? Come si sono snellite le procedure ministeriali, quelle del credito, quelle della tassazione? Come si è allentata la pressione fiscale? In quale modo si è pensato, se non di contrastare ferocemente l’evasione fiscale, di riconquistare gli evasori alla causa della contribuzione? Come si è ripensata la pubblica amministrazione nel suo complesso, compresa la riduzione dello sterminato personale e l’aumento della produttività? Quali sono stati i provvedimenti strutturali di sostegno all’impresa tanta cara al leader dei conservatori? Come si è inciso sul cuneo fiscale? Come si è agevolato l’export? Che cosa si aveva in testa e come lo si è tradotto nei fatti?

Potere politico e giudiziario
Come si è messo mano alla giustizia? Dopo la notte in cui la Costituzione venne modificata con la cancellazione dell’immunità parlamentare, che cosa si è fatto per irrobustire il potere politico indebolito davanti al potere giudiziario? È arrivata la separazione delle carriere? È stato equiparato il ruolo del magistrato dell’accusa e quello dell’avvocato della difesa? Dopo i problemi emersi con Mani pulite, la questione della carcerazione preventiva come è stata affrontata? E quella dell’affollamento delle carceri? L’inappellabilità per i pm? Qual è stato il sistema di giustizia a cui si è lavorato per offrire una proposta più appetibile di quella propagata da Antonio Di Pietro, Giancarlo Caselli, il Fatto quotidiano? Quali studiosi hanno delineato un sistema che andasse oltre le decine di leggi ad personam buttate lì ogni volta che un processo ad personam intentato al sire di Arcore necessitasse di una contromisura? Oggi, rispetto al 1993 e al 1994, su quali ipotesi stiamo ragionando?

Qual è la Rai voluta dal centrodestra? Qual è la tv pubblica che Berlusconi intende offrirci? Deve avere ancora tre reti? Deve avere ancora reti di riferimento di un partito o di quell’altro, in base a chi sta al comando e chi all’opposizione? Deve continuare a essere lo specchio di Mediaset – e viceversa – con una rete finto paludata (Rai1 e Canale 5), una rete finto giovane (Rai2 e Italia1), una rete di vera militanza (Rai3 e Retequattro)? Come si è pensato di elevare il concetto di servizio pubblico? Che tipo di palinsesti si ritiene di promuovere per uscire dalla retorica tanto detestata? Che cosa dovrebbe raccontare la Rai per superare gli schemi così esecrati del talk show alla Giovanni Floris e dell’intrattenimento alla Dario Vergassola? Se davvero quello è l’orrore, la cultura dirimpettaia di centrodestra quali giornalisti o comici ha individuato? Chi si è incaricato di raccontare il mondo da un altro punto di vista, e non in forma belligerante, ma dialettica? Quale mondo della cultura è nato in vent’anni attorno all’esperienza politica di Berlusconi? Il Sanremo di Tony Renis? Le canzoni di Van de Sfroos? Le fiction di Renzo Martinelli? Come si sono aiutati i registi che intendevano emergere senza sposare una causa ideologica o di schieramento?

E i giovani musicisti? Come si è pensato di liberare energie creative per evitare che restassero prigioniere dell’industria della propaganda di sinistra? Come si è adeguata la politica editoriale? Si sono organizzati festival o premi aperti alle voci non scontate? In sintesi, quali rimedi sono stati adottati all’egemonia culturale di sinistra, che non fosse una reiterata e sguaiata denuncia, o qualche vaga contrapposizione muscolare e dunque sterile? Il modello eccellente della sanità lombarda, come è stato portato nel resto d’Italia? Quale studio ha ricondotto il welfare fuori dall’assistenzialismo? Quale modello di città si è fatto avanti? Quale architettura? Quale urbanistica? Quale politica energetica? Quale tipo di scuola (a parte gli sforzi di Mariastella Gelmini)? Come sono stati introdotti inglese e informatica alle elementari? Come si è affrontato il baronaggio nelle università? E come l’università di destra si è messa alle calcagna dell’università anglosassone? Quale politologia si è sviluppata? Quale storiografia? Quale informazione? Insomma, l’Italia che usciva dal pantano finale della Prima repubblica, e che era l’Italia diversa da quella difesa dai postcomunisti e dai loro alleati, che Italia era? E che Italia è? Dov’è?