Oggi pubblichiamo il testo dell’intervento svolto dalla Professoressa Maria Rita Parsi innanzi alla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza nella seduta di giovedì 18 aprile.
Nel suo contributo, la Professoressa Parsi contestualizza l’analisi dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo in una cornice psicologica, e, in prospettiva operativa, sottolinea la necessità di creare buone pratiche formative, coinvolgendo tutti gli attori e le agenzie impegnate nel settore.

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di Maria Rita Parsi

I fenomeni oggetto dell’indagine conoscitiva risultano essere di estrema attualità, in quanto si rileva che, nella società contemporanea, oltre centomila ragazzi vivono ritirati in casa, scegliendo il web come unico contatto con la realtà. Ne risulta una forma di esasperato isolamento giovanile che è stato qualificato dalla psicologia come sindrome di Hikikomori. Tale sindrome trova la sua origine nel contesto sociale giapponese, interessando i ragazzi che, in risposta ad una richiesta sempre più esasperatamente performante e competitiva del sistema scolastico ed educativo nipponico, mettono in atto l’abbandono degli studi e della scuola, corrispondente di fatto ad un più significativo e vasto ritiro sociale.

Tale forma di isolamento ha, in ragione di un imponente sviluppo della rete, assunto caratteristiche nuove e pericolose, anche in termini di capillarità e diffusione. Si sta assistendo ad un progressivo e preoccupante sopravvento del mondo virtuale su quello reale. Storicamente, il bullismo è un fenomeno che ha radici antiche, ma, con l’ingresso dirompente della rete, ha assunto indubbiamente forme nuove di manifestazione.

La rete amplifica esponenzialmente l’impatto delle condotte nelle quali il bullismo si sostanzia. A tale riguardo, la Fondazione “Fabbrica della Pace e Movimento Bambino Onlus” Movimento Bambino, della quale la Prof.ssa Parsi è presidente, è stata promotrice della stesura della Carta di Alba ( già nel 2006) a tutela dei bambini nel web e ha pubblicato , in merito, dei libri : “L’immaginario  prigioniero” ( Mondadori 2009) e “Generazione H ( Piemme, 2017).

In particolare, nell’affrontare i problemi connessi all’uso della rete è necessario un attivo coinvolgimento dei genitori, oltre che di altre figure di riferimento socioeducativo, opportunamente preparate e formate, a partire dalla conoscenza del fenomeno, delle sue manifestazioni e dei suoi strumenti di propagazione, a finire alla conoscenza delle tecniche di intervento e di recupero. Senza la necessaria considerazione dell’importanza del controllo degli adulti, infatti, – similmente a “Il signore delle mosche” di William Golding (1958) – si rischia che le dinamiche tra ragazzi sfocino nella violenza e nella reciproca sopraffazione.

In conclusione, lo step di fondamentale importanza che possa assicurare un efficace controllo  è assolutamente quello di formare alla cultura digitale anche gli adulti e in particolare i genitori, consentendo l’acquisizione non solo di conoscenze tecniche e culturali, ma anche di un vero e proprio linguaggio comunicativo, di una presa di coscienza ed una messa in comune di un codice di scambio attivo in termini di segnali di presenza e  di condivisione.

Quanto esposto trova nell’intervento del Prof. Bacchini elementi corroborativi, che confermano gli aspetti storico-evolutivi del fenomeno, così come la ormai indiscutibile constatazione di una coincidenza e sovrapposizione delle peculiarità di finalità degli eventi di bullismo e cyberbullismo, a fronte dei quali si deve intervenire con una precisa strategia a livello nazionale ad oggi mancante.

Da parte delle figure che rappresentano le istituzioni, molte sono le richieste di approfondimento delle cause scatenanti del fenomeno e degli ambiti reali e culturali di intervento riparativo e preventivo; quanto, ad esempio, sia più efficace un rafforzamento dell’educazione etico-valoriale in termini di empowerment delle famiglie, piuttosto che della conoscenza tecnologica a supporto di un più consapevole ed esperto controllo; quanto sia un’arma a doppio taglio  la diffusione virale di notizie sul fenomeno, potendo scatenare un pericoloso effetto emulativo. A questi quesiti e a questi dubbi leciti, è corretto rispondere fornendo una visione esperta del fenomeno del bullismo, esso è, infatti, una manifestazione d’odio.

L’odio è virale ed ha un forte impatto identitario su alcuni giovani, i quali ritengono di esistere solo in funzione del loro nemico. La soluzione al fenomeno deve essere rintracciata nelle scuole, le quali devono trasformarsi in centri culturali polivalenti aperti al territorio e luogo principale di incontro e di formazione. La prima agenzia educativa è la famiglia, ma la scuola è un’agenzia formativa essenziale, soprattutto in termini di controllo.

L’educazione al virtuale è importante ed irrinunciabile, fornisce strumenti per mettersi in una condizione di equipotenza mediatica, basti pensare alle modalità di comunicazione delle notizie attraverso i media soprattutto televisivi e sulle campagne mediatiche diffamatorie che si registrano a fronte delle sole poche notizie positive, quest’ultime anche di risonanza mondiale, quale ad esempio l’attività portata avanti dalla piccola Greta Thunberg.

L’educazione è a fondamento di ogni sforzo migliorativo, in quanto offre conoscenza e strumenti di azione.

Il contesto sociale è importante come fattore correlato e causale, in quanto costituisce le basi etico-culturali che possono risultare più o meno fertili allo sviluppo di un tipo di violenza come quella perpetrata nei fenomeni di bullismo e cyberbullismo. Ma – e qui risiedono i motivi della estrema importanza di interventi educativi sul virtuale, sul suo utilizzo e sulla sua potenzialità – il web e la tecnologia della rete hanno un impatto anche omologante, in termini strutturali e fenotipici, della società virtuale. Pertanto, in una realtà come quella che è stata edificata nell’era informatica e della globalizzazione, hanno subìto modificazioni anche gli scenari sociali; il bullismo, nella veste cibernetica, trova vittime e carnefici forse anche in maniera più subdola e perniciosa, nonché trasversale alle varie realtà sociali, in quanto coglie, nella “invisibilità” e nel “mascheramento” del soggetto che agisce, un elemento di copertura o comunque di patologica percezione di inviolabilità, protezione e grandiosità.

La non conoscenza del fenomeno e la non educazione al virtuale definirebbe piuttosto una strada parallela alla dilagante realtà di abuso che di fatto c’è e persiste, l’obiettivo invece è quello di costruire una percorribilità programmatica e fattiva che risulti incidente ed oppositiva al percorso deviante e malato di cui bullismo e cyberbullismo sono una delle manifestazioni.

La Fondazione “Fabbrica della Pace e  Movimento Bambino Onlus” ha ,inoltre, stabilito un Decalogo del “Potere costruttivo” contenuto nel libro “Manifesto contro il Potere distruttivo” nel quale , tra l’altro, la scuola viene posta al centro, quale impegno dell’educazione all’uso del web e alla cittadinanza digitale.