di Roberto D’AlimonteIl Sole 24 Ore del 22.05.2012

Per il Pdl e la Lega Nord i ballottaggi rappresentano una sconfitta largamente scontata. La sua dimensione però va aldilà delle aspettative. I dati sono impietosi. Su 26 comuni capoluogo il partito di Berlusconi ne ha vinti 6. Se a questi aggiungiamo il comune di Verona vinto dalla Lega (o meglio da Tosi) e i comuni di Cuneo e Agrigento vinti dal terzo polo il totale dei comuni conquistati dal centro-destra in queste elezioni fa 9 contro i 17 che amministrava fino ad oggi.

Ma è ancora più significativo il dato sull’insieme dei 157 comuni sopra i 15.000 abitanti. Pdl e alleati ne amministravano 92, più due della Lega e 6 del terzo polo. Oggi i sindaci del Pdl e dei suoi alleati sono 34, quelli del terzo polo 8 e quelli della Lega 2.

Ha ragione Bersani a parlare di vittoria netta del centrosinistra. Pd e alleati amministravano 55 comuni su 157 e sono passati a 85 senza contare gli 11 vinti dalla sinistra senza il Pd. Ciò premesso, va però ripetuto ancora una volta che questo risultato non è il prodotto di un allargamento della base elettorale dei partiti di centrosinistra. Il Pd ha vinto perché ha saputo costruire una coalizione ed è riuscito insieme ai suoi alleati a portare al voto una buona parte dei suoi elettori. Il centrodestra invece si è presentato diviso e non ha saputo mobilitare il suo elettorato deluso e disorientato. Questo era già successo al primo turno e si è ripetuto con maggiore intensità al secondo. Le vittorie dei candidati Pd a Asti, Como, Monza Alessandria e in molti altri comuni del Nord sono significative ma vanno interpretate tenendo conto di questo contesto. A Como il candidato del Pd ha sconfitto il candidato del Pdl con il 74,9% dei voti. Anche a Monza le cose sono andate più o meno allo stesso modo. Ma questi distacchi non devono trarre in inganno. A Como è andato a votare al secondo turno solo il 42,7% del corpo elettorale e a Monza il 44,1 per cento. La maggior parte degli elettori rimasti a casa sia al primo turno che al secondo sono elettori moderati.

Una prova di quanto abbiamo appena detto viene da Parma che ha visto il grande successo del Movimento 5 Stelle. Qui l’affluenza alle urne al secondo turno è stata molto simile a quella del primo e molto più alta che altrove (il 60 per cento). In questa città gli elettori delle liste di centrodestra sono andati a votare anche al ballottaggio nonostante non fosse presente un loro candidato e nella grande maggioranza dei casi hanno votato Pizzarotti, il candidato del Movimento 5 Stelle. Questo dice l’analisi dei flussi elettorali tra primo e secondo turno fatta dal Cise. Per la precisione l’83% di coloro che avevano votato al primo turno Ghiretti ha votato Pizzarotti al ballottaggio. Lo stesso ha fatto l’87% di coloro che avevano votato Ubaldi (Udc) e il 79% dei sostenitori di Buzzi del Pdl. E così che Pizzarotti è passato dai 17.103 dei voti ottenuti al primo turno ai 51.235 del secondo. Questi voti sono solo per il 33% voti del Movimento 5 Stelle, per il 14 per cento sono voti di Ghiretti, per il 25% di Ubaldi e per il 6% di Buzzi eccetera.

In pratica solo un elettore su tre è un sostenitore di Pizzarotti della prima ora mentre uno su quattro era un elettore di Ubaldi. È grazie a questa mobilitazione di elettori moderati a favore di Pizzarotti che il candidato di Grillo ha potuto sconfiggere quello del Pd. Il che vuole dire che quando gli elettori del centrodestra si mobilitano i voti “storici” dei partiti di sinistra non bastano più a farli vincere. Soprattutto al Nord. Per ora il caso di Parma può essere considerato eccezionale anche se non va dimenticato che il Movimento 5 Stelle ha vinto anche i comuni di Comacchio e Mira. In un’elezione nazionale, senza ballottaggio, gli elettori di centrodestra non è detto che convergano sul movimento di Grillo. Oggi non si può dire cosa faranno. Ma si può dire che dalle loro scelte dipenderà l’esito delle prossime elezioni. Ma da qui ad allora molte cose potrebbero accadere. O forse nessuna.

Fonte: Il Sole 24 Ore