Più della fretta di Palazzo Chigi potè la paura

Di Massimo Franco – Da Il Corriere della Sera

Il paradosso è che oggi il decreto sul lavoro verrà approvato dalla Camera, perché il governo ha posto la questione di fducia. Ma tra pochi giorni, probabilmente, sarà cambiato al Senato perché uno dei partiti della maggioranza, il Nuovo centrodestra, è contrario. Si tratta di uno dei casi più eclatanti nei quali l’esigenza di velocità propugnata da Palazzo Chigi prevale a scapito della chiarezza. L’imperativo renziano «avanti come un treno» non sarà smentito, anzi riceverà un’altra celebrazione. Il ricorso alla questione di fiducia, tuttavia, segnala i rischi politici di questa fretta strategica. Dice che altrimenti il governo non riuscirebbe a tenere unita la propria coalizione. E non tanto per i capricci di Angelino Alfano. L’episodio ripropone piuttosto il rapporto irrisolto tra Matteo Renzi e la sinistra del «suo» Pd, in minoranza nel partito ma non nel sindacato e in Parlamento, dove conta e pesa.

Le modifiche apportate al decreto in commissione sono una vittoria degli avversari interni del premier, e dunque un elemento di riflessione non solo per gli alleati: un’inquietudine che per il Ncd è accentuata dal timore di un insuccesso alle europee di fine maggio. Alfano è in una posizione scomoda. Si ritrova schiacciato dall’asse istituzionale tra il premier e Forza Italia. Soffre per l’immagine di comparsa in quello che viene percepito, a torto o a ragione, come una sorta di «monocolore Renzi». E deve fare i conti con un Silvio Berlusconi che da una parte ipoteca e appoggia l’agenda del governo; dall’altra se ne distanzia sempre più in materia economica. Per questo è costretto ad alzare la voce e a non cedere alle pressioni per un accordo immediato.Il decreto sul lavoro è considerato un precedente e un segnale d’allarme da non sottovalutare. L’aspetto «tecnico», e cioè la necessità di approvare il provvedimento prima del 20 maggio, giorno in cui decadrebbe, va rispettato; non sopravvalutato, però.

L’impressione è che il Pd abbia in realtà imposto la sua visione anche all’esecutivo, con uno sguardo alle urne europee e all’elettorato; e che sul pericolo di mostrarsi a corto di numeri parlamentari, «senza maggioranza», come dicono le opposizioni, abbia prevalso la volontà di fotografare i rapporti di forza emersi a Montecitorio. La convinzione di Renzi è che tanto alla fine le resistenze saranno superate in nome del realismo. Probabilmente la sua è un’analisi corretta: almeno fino al voto europeo. Esiste una tregua di fatto nella coalizione, che tende a considerare le contraddizioni comunque superabili pur di garantire la stabilità. Bisogna vedere, però, se gli ostacoli accantonati oggi non siano destinati a riemergere di colpo dopo l’appuntamento di fine maggio; e ad avvolgere e imprigionare tutta l’impalcatura riformista costruita dal premier.Il fatto che il decreto sul lavoro debba andare al Senato, e lì possa essere modificato, dà argomenti ai fautori della fine del bicameralismo. Ma in questo caso, forse, non li ha dati solo a loro.