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Ma a un anno dall’annuncio non è stata ripristinata la struttura ministeriale dedicata agli istituti superiori.

Di Claudio Tucci – Da Il Sole 24 Ore

Roma, 17 mar. 2015:

Più flessibilità nei curricula per adattarli meglio ai contesti settoriali e territoriali di riferimento. Maggiore autonomia gestionale e un collegamento rafforzato con il mondo del lavoro (per integrare apprendimento teorico e pratico).

A giugno vedremo i primi diplomati dei “nuovi” istituti tecnici, riformati nel 2010 da Mariastella Gelmini (a seguito dei lavori della “commissione De Toni” istituita dal precedente ministro, Giuseppe Fioroni). Ma in 5 anni il Miur non ha mai provveduto a monitorare tali percorsi; e anche il Ddl «Buona Scuola» approvato la scorsa settimana dal Governo Renzi snobba questo fondamentale segmento di formazione che, è bene ricordarlo, nel dopoguerra ha concorso allo sviluppo del Paese «dotando il sistema produttivo di competenze qualificate attraverso periti industriali, geometri, ragionieri, grazie ai quali oggi l’Italia può vantare di essere il secondo Paese manifatturiero dopo la Germania», ha spiegato Gelmini, che assieme alla responsabile Scuola di Fi, Elena Centemero, ha chiesto all’Esecutivo un rilancio dell’istruzione tecnica.

Dal 2010 a oggi c’è stato un calo dei ragazzi che hanno scelto i tecnici (dal 33,5% al 30,5% del totale iscritti alle superiori). Frutto di mancata attenzione da parte degli ultimi Governi: Maria Chiara Carrozza, in ossequio alla spending review, ha soppresso la cabina di regina ministeriale scuola-lavoro. Ma anche di uno strabismo tutto italiano: l’incidenza dei tecnici sul totale degli occupati è intorno al 20% – e ci sono circa 50mila profili “introvabili” mentre il tasso di disoccupazione giovanile supera il 40 per cento. A testimonianza che «l’espansione dell’offerta formativa senza specializzazioni e senza collegamento con la domanda delle imprese crea solo disoccupati», ha evidenziato Ermanno Rondi, coordinatore education del Club dei 15 di Confindustria (che raccoglie gli istituti tecnici più d’avanguardia). Il problema è urgentissimo: «A breve – ha aggiunto Rondi – quando si uscirà dalla crisi e dagli effetti della riforma delle pensioni Monti-Fornero c’è il rischio di non aver pronti giovani preparati a coprire il turn-over». Per questo, oltre al ripristino di una struttura interdipartimentale per l’istruzione tecnica, annunciata il 17 marzo scorso da Stefania Giannini, ma rimasta finora lettera morta, sono urgenti altri aggiustamenti: più attività laboratoriali, decollo dei poli tecnico professionali, e riconoscimento dell’alternanza nella seconda prova della maturità. «Non ci scordiamo dell’istruzione tecnica – ha detto l’ex ministro Luigi Berlinguer -. Vanno valorizzate le competenze trasversali e il collegamento con il lavoro. Negli altri Paesi Ue la formazione on the job è una cosa seria, deve diventare così anche in Italia». D’accordo pure l’ex titolare del Lavoro, Cesare Damiano: «L’indirizzo tecnico va valorizzato perchè è il settore dell’istruzione che può offrire un accesso più immediato al lavoro. E l’alternanza, assieme all’apprendistato, sono esperienze fondamentali».