Di Paolo Bricco – Da Il Sole 24 Ore

Un vademecum in grado di accompagnare gli imprenditori, di nuova e di più antica generazione, sulle nuove mappe del capitalismo globale. Con un’avvertenza di fondo: non trascurate la cara, vecchia Europa. Perché, per il nostro sistema industriale, l’Unione resta non soltanto il primo mercato di riferimento, ma rappresenta anche – per dirla con le parole dell’autore – «la miniera nascosta».

Piercarlo Ceccarelli, consulente di direzione d’impresa, ha scritto l’agile volume “Supereroi d’impresa. Creano i prodotti e i servizi che conquisteranno il mondo. Partendo dall’Europa” (in uscita per Mind Edizioni). È proprio questo il punto di vista più interessante del testo: «L’Europa è il mercato più maturo del pianeta e rappresenta il precursore della ricerca della qualità della vita e del lavoro. Quello che va di moda qui lo diventerà altrove in un secondo momento. La vita è la cosa più bella che abbiamo: chi ha la maturità e la cultura, non solo il denaro, ha molta propensione a concedersi il meglio, il benessere, che non è fatto solo di cose ma di esperienze, prospettive, stati d’animo. E qui l’Europa batte gli Stati Uniti, nonostante loro abbiano inserito la ricerca della felicità nella Costituzione. Gli Stati Uniti vogliono dare opportunità alle persone. L’Europa il benessere: due modi diversi di vedere una missione».

In qualche maniera, dunque, Ceccarelli intravvede in questa realtà culturale (in senso generale) e politica (in senso lato) il presupposto logico che precede la dimensione economica. L’Europa non è soltanto la culla dell’industrializzazione più antica del mondo, oggi impegnata in una complessa transizione verso le tecnologie più soft. È soprattutto una gigantesca area in cui la soddisfazione delle persone può trasformarsi in un nuovo, enorme, driver per la crescita.
E, qui, in qualche maniera si intravvede una delle nuove frontiere evolutive del capitalismo italiano: il passaggio verso una terziarizzazione che non tradisca la sua radice manifatturiera, ma anzi la esalti. Un fenomeno che si sta verificando su due livelli. Il primo – nelle filiere più hard, per esempio nella meccanica strumentale e nella meccatronica – con l’introduzione di crescenti quote di innovazione di servizio. Il secondo – in quelle più soft, come il lusso – con l’affermarsi della consapevolezza che, appunto, il benessere delle persone costituisce uno dei fattori strategici verso cui orientare l’attività di comparti essenziali del Made in Italy.

Ceccarelli compie anche un ragionamento ottimistico sulla struttura demografica europea, che spesso gli osservatori considerano uno dei vincoli strutturali (negativi) per il futuro dell’area. Nel senso che questo dato di fatto può imprimere uno stigma positivo al nostro fare industria: «I consumi di una popolazione più anziana sono tendenzialmente meno impetuosi e più ragionati rispetto a quelli di una popolazione più giovane ed entusiasta. Dunque, dal lato dell’offerta i prodotti devono avere meno apparenza e più sostanza (spesso immateriale): un anziano tende meno a seguire le mode e a comprare quello che effettivamente gli serve, tende a premiare le utilità quando le riconosce. Questo significa che sviluppare prodotti e servizi per una popolazione più anziana richiede più sforzi, per creare nuovo valore e nuove utilità, e che questi saranno in seguito più facili da rivendere anche fuori dall’Europa».

Europa, dunque, ma anche mercati emergenti. Al di là della lettura privilegiata del Vecchio continente, qual è la condizione di salute con cui le imprese italiane affrontano le nuove sfide? In questo caso Ceccarelli si riferisce alla letteratura più recente e accreditata: «La situazione è davvero così catastrofica per le imprese italiane? Non tutti lo pensano. Per esempio, in un loro studio del 2012 (“L’Italia negli anni Duemila: poca crescita, molta ristrutturazione”) Innocenzo Cipolletta e Sergio De Nardis contestano questa visione. Argomentano che da parte delle imprese italiane, in particolare di quelle industriali, a partire dal Duemila, sotto la pressione dell’euro prima e della crisi poi, gli sforzi per ristrutturare e per aumentare la produttività, per migliorare il livello delle produzioni, eliminando quelle obsolete e a basso valore aggiunto in favore di quelle più remunerative, ci sono stati eccome. Tanto che in realtà, guardando ai fattori di produttività tipici di un’analisi industriale, come il Pil prodotto per addetto o il Pil prodotto per ogni ora lavorata, l’Italia risulta solo leggermente inferiore alla Germania, decisamente superiore alla Francia e complessivamente in linea con i dati dell’area euro».
Dunque, il messaggio di questo libro è quello di un sano realismo, emendato però dal pessimismo di maniera che assegna al nostro Paese – e alla sua classe imprenditoriale – un destino di sconfitte.