Se il Carroccio non ascolta più il territorio

La forza dell’origine è venuta meno tra le battaglie per la moneta lombarda e l’oggetto misterioso «macroregione»

Di Dario Di Vico – Dal Corriere della sera 11 giugno 2013

Il risultato di questo turno delle amministrative è che la Lega, almeno sul piano dei numeri e delle cariche istituzionali, non dovrebbe avere più il monopolio del discorso pubblico sul Nord. È vero che sono del Carroccio i governatori di tre grandi regioni (Piemonte, Lombardia e Veneto) ma la quantità dei sindaci appartenenti al Pd o al centrosinistra è straripante. Torino, Genova, Brescia, Milano, Venezia, Treviso, Vicenza, Padova, Piacenza e via di questo passo. La differenza è caso mai che la Lega, pur in grave difficoltà, continua a imbastire una riflessione sulla questione settentrionale mentre i sindaci del Pd, finora, si sono mossi in ordine sparso.

C’era stato un timido tentativo tra Piero Fassino, Giuliano Pisapia e Virginio Merola di costruire una piattaforma comune ma poi non se n’è fatto niente. A parziale alibi si può sostenere che i sindaci sono così drammaticamente alle prese con i propri bilanci che non riescono a guardare oltre il proprio naso. Intanto comunque il centrosinistra incassa vittorie su vittorie perché riesce tutto sommato a mettere in campo personaggi credibili e stimati dalle comunità locali, laddove la Lega ha fatto autogoal intestardendosi su Giancarlo Gentilini o il sindaco di Brescia Adriano Paroli che non si è meritato la riconferma. Senza voler riprendere i vecchi discorsi di Massimo Cacciari sulla sinistra del Nord è evidente che per far fruttare politicamente le vittorie nei municipi il Pd sarà giocoforza indotto a inserire tra i temi congressuali la questione settentrionale.

L’occasione del resto è unica per due ordini di motivi. Intanto l’imbarazzante debolezza del Pdl sul territorio al punto da non riuscire a costruire organizzazione e produrre leader locali. È tornato a essere un partito prevalentemente televisivo, come in qualche maniera ha ammesso di recente la spin doctor del Cavaliere, Alessandra Ghisleri. Anche gli ex ministri contano poco in chiave locale. Il secondo motivo che in teoria dovrebbe favorire il Pd sta nei contrasti che si apriranno nel Carroccio dopo lo storico flop di Treviso.

La realtà che la Lega 2.0 di Roberto Maroni non riesce né a rassicurare del tutto la pancia del suo elettorato né a indirizzare il Carroccio verso settori più moderati dell’elettorato. Del resto quella che era stata la sua forza, ovvero l’ascolto del territorio, è venuta meno in maniera preoccupante. I leghisti sanno poco o niente della contrattazione sindacale nelle fabbriche del Nord, sono afasici rispetto ai problemi legati alla razionalizzazione di aeroporti, porti, università e fiere del Nord. Fanno battaglie contro le aperture della grande distribuzione ma, come a Treviso, perdono anche il consenso dei piccoli commercianti. Un giorno inventano la moneta lombarda, l’altro un referendum consultivo sulla permanenza nell’euro, non sanno che pesci pigliare quando le Confindustrie del Veneto chiedono la Tav fino a Venezia e poi sono sempre alle prese con l’oggetto misterioso della «macroregione», slogan elettorale destinato a restare un ballon d’essai . Sul piano culturale poi è tornata in circolo la narrazione celtica con il circolo Terra insubre che ha portato a Varese come ospite d’onore Eva Klotz e le ha concesso – davanti all’ex ministro dell’Interno Maroni – di difendere le «gesta» del padre George e gli attentati in Alto Adige.

Anche sulla crisi dell’industria del Nord la Lega gira a intermittenza. Dopo il grossolano errore commesso definendo sprezzantemente il caso Ilva «una questione che riguardava il Sud» (senza sapere che Taranto rifornisce tutta la meccanica del Nord), ora si scalda soprattutto per le aziende che chiudono in provincia di Varese come la scandinava Husqvarna. Maroni, attento al proprio collegio elettorale, ha addirittura incontrato l’ambasciatore svedese ma risultati non se ne sono comunque visti. Non parliamo delle banche del Nord, l’unica idea che il gruppo dirigente della Lega ripete è di fare come con la Royal Bank of Scotland e nazionalizzarle, nessuno però viene dietro a una parola d’ordine così sconclusionata. Gli artigiani delle pedemontane non amano certo il credito ma sono convinti che se si venisse nazionalizzato le cose andrebbero sicuramente peggio.