di Chiara MaffiolettiSolferino 28 anni dell’11.06.2012

Dicono che i giovani sono poco determinati. Che sono più a loro agio con la pratica del lamentarsi piuttosto che con quella del rimboccarsi le maniche. Non siamo d’accordo e ormai ce lo siamo detti diverse volte, nel nostro blog. Per questo oggi ospitiamo la storia di Giulio Cortesi, un ragazzo di 22 anni che è riuscito a entrare in un istituto d’eccellenza:  la Scuola Galileiana di Padova. Studia Giurisprudenza e vive nel collegio della scuola.  Ma c’è una cosa che ha imparato al di là delle ore (“anche 14 al giorno”) sui libri di scuola, ovvero che

 I ragazzi oggi hanno delle opportunità che arrivano direttamente dall’Europa (o anche da più lontano) che non vanno sottovalutate

Nel suo caso, si è trattato della  Telders Moot Court Competition, una prestigiosa competizione di diritto internazionale, organizzata alla sede della Corte di Giustizia della Nazioni Unite, all’Aja. E’ successo lo scorso aprile. E per la prima volta una squadra italiana si è classificata nella top ten (su 27 squadre partecipanti. Passando poi ai risultati più personali, Giulio  ha raggiunto la nona posizione nella classifica dei migliori oratori, su 108 partecipanti.

Un fatto importante, che in Italia però non ha praticamente avuto eco perché, come ci spiegherà anche Giulio, purtroppo l’Università italiana e, ancora peggio, il mondo del lavoro, sono poco avvezzi a valorizzare i giovani. Inutile dire che all’estero spesso non è così. Ma andiamo con ordine.

Prima di tutto: come si arriva ad entrare in una scuola d’eccellenza? “Quando ho finito il liceo non avevo ancora le idee troppo chiare su quello che avrei voluto fare in futuro. Certo, si inizia a capire più o meno per cosa si è tagliati: io ero bravo nelle materie umanistiche ed ero molto interessato all’ambito della Comunità europea. Ma non conoscevo nessuna delle scuole d’eccellenza. Sì, avevo sentito parlare della Normale di Pisa, ma non sapevo bene cosa facessero i ragazzi che frequentavano istituti di questo tipo. Poi un giorno è venuto un professore a farci un corso di orientamento e ho deciso di provare a iscrivermi agli esami per la selezione”.

E’ una scuola proibitiva? “No, non lo è. Le borse di studio permettono di coprire una parte dei costi e vitto e alloggio sono compresi. Ogni anno c’è un bando per 24 posti e prima bisogna superare quattro esami: due scritti e due orali”.

Ci spieghi cos’è la competizione europea a cui hai partecipato? “In pratica si tratta di una simulazione processuale: viene simulata una controversia tra due stati e bisogna dibattere di fronte a una vera giuria di esperti e professori. Tutto in inglese, ovviamente”.

Perché mai sobbarcarsi un lavoro del genere? “In effetti è una grande mole di lavoro addizionale, oltre tutto vanno anche preparate due memorie da 25 pagine, sempre in inglese. Ma io e gli altri tre ragazzi che facevano parte della mia squadra abbiamo deciso di farlo per capire qualcosa in più, per imparare come funzionano le cose all’estero. In fondo abbiamo simulato quello che forse potrebbe essere il nostro lavoro in futuro, se le cose andassero bene”.

E quale è la cosa che ti ha più colpito? “Mi ha fatto impressione che i giudici, i professori, quando ci interrompevano erano davvero interessati a capire cosa pensavamo noi ragazzi. Ti chiedono di giustificare le tue posizioni: c’è un reale interesse per quello che dici. Non ci trattavano da “inferiori” ma da professionisti. Non ci sono pregiudizi legati all’età. All’estero insomma noi ragazzi siamo considerati di più”.

Da noi non succede così? “Da noi i professori realmente interessati a cosa pensiamo sono delle eccezioni. Ci sono dei bravi insegnanti, intendiamoci. Ma molti non vanno al di là delle nozioni da imparare sui libri di testo. E anche quando ci sono opportunità come queste: all’estero ti fanno i complimenti per essere arrivato fino a lì. In Italia o non lo considerano o ti disincentivano dicendoti: “Ma chi te lo fa fare?””.

Hai dovuto parlare in inglese in maniera fluente ma i licei italiani raramente preparano adeguatamente i ragazzi a questo. Come hai fatto? “Per questo devo ringraziare mio papà, che ha da sempre pensato fosse importante sapere bene l’inglese. Per questo mi ha mandato sei mesi a studiare e vivere negli Stati Uniti”.

Allora i suoi sono ricchi? “Sono entrambi dipendenti. Non siamo ricchi ma neanche poveri. Stiamo bene come famiglia. A molti miei amici a 18 anni è stata regalata la macchina: mio papà mi ha detto che non me l’avrebbe comprata ma mi avrebbe mandato a studiare per sei mesi lì. Sono contento lo abbia fatto”.

E tu cosa consigli ai tuoi coetanei? ” Di provare a impegnarsi in questi progetti europei: ce ne sono tanti e spesso sono legati a borse di studio. Da noi sono cose di nicchia ma mi ha stupito vedere come all’estero non sia così. Per dire, anche i ragazzi maltesi, serbi, bulgari sono molto più soliti cogliere le opportunità che offre l’Europa”.

Ma non tutti i ragazzi, in Italia, hanno le stesse possibilità… “La situazione nel complesso è molto difficile,  inutile negarlo. Varrebbe la pena di osservare, però, che ci sono realtà (come la Scuola Galileiana  e molte altre) dove il merito è congruamente premiato. In una società molto dinamica, o sfrenatamente competitiva, spesso realizzare i propri meriti in termini di risultati vuol dire muoversi molto cercando di vagliare tutte le prospettive che le proprie passioni possono offrire”.

Che restando nel pratico, vuol dire? “Volendo restare al mio esempio, il fatto di aver coltivato per anni la passione per la Storia (una passione non certo utile di per sé sul piano economico), mi ha permesso di superare i difficili esami per accedere ai benefit della Scuola Galileiana. Senza un’indagine sulle possibilità che quelle conoscenze avrebbero potuto offrire sarebbe rimasto un hobby privato, pur sempre interessante, ma sarebbe – anche – rimasto infruttuoso. In questo senso è purtroppo un fatto che la scuola italiana, pur con tutti i suoi pregi, non spinga molto lo studente ad ampliare le sue prospettive per usare bene le sue qualità. Per questo un’esperienza all’estero, ci sono diversi bandi spesati, può essere assai utile per ampliare la propria visione sulle possibilità che abbiamo”.

Senza dubbio. Ma da dove partire? “Molti Paesi esteri offrono interessanti possibilità di scambi. Per fare un esempio, uno studente Erasmus ha usato un bando reperibile nel paese dov’era andato per arrivare ad un terzo Paese, dove non sarebbe potuto arrivare da quello da cui era partito. Prima di conoscere questa persona all’Aja non avrei neppure immaginato che ci fossero questo genere di possibilità, mentre lei mi ha detto che altrove queste pratiche sono – relativamente – comuni. Non è difficile immaginare che il contatto con molte realtà diverse, e generalmente più accorte nell’attrarre i giovani volenterosi, aumenti notevolmente le possibilità di realizzarsi”.

Ma le speranze per un giovane sono sempre fuori dall’Italia? “Va da sé che sarebbe lecito aspettarsi che il proprio Paese approntasse un degno programma sociale per aiutare i propri  giovani, ma quando questo, governo dopo governo, resta un pio desiderio, l’idea di adoperare le politiche di sviluppo più assennate predisposte da altre nazioni per il proprio miglioramento è un’opzione da valutare con attenzione che può aprire un numero indefinito di porte”.