Di Mariastella Gelmini – Tratto da Il Corriere della sera del 1° giugno 2013

“Caro direttore,
scrive Gian Antonio Stella (Corriere del 30 maggio) a proposito del test di idoneità per i docenti, che «la formazione delle commissioni nazionali, le domande di abilitazione, la raccolta dei lavori presentati, la valutazione e i risultati, avrebbero dovuto essere completati nelle mie illusioni entro il 2011». Concede che l’idea di «stabilire a livello nazionale quali siano le persone abilitate a contendersi poi nei successivi concorsi le cattedre messe in palio dagli atenei su di un ventaglio di no settori scientifico-disciplinari, in linea teorica, potrebbe essere giusta». Infatti era, ed è stata, proprio questa una delle idee portanti della riforma per sottrarre, è  Stella che lo afferma, «la potestà quasi assoluta di scegliere i nuovi docenti alle piccole camarille locali che in questi anni hanno messo in cattedra troppo spesso mogli, figli, figlie, cognati, amanti, cugini e famigli dei baroni più potenti». Il problema allora è di vedere come mai un passaggio della riforma ritenuto «assolutamente indispensabile» si riveli così complicato e rischi di venire seppellito da una (amara) risata. Vi concorrono, è vero, alcune ragioni, tecniche e gestionali, ma non solo: ad esempio è chiaro che a fronte del numero di domande presentate a novembre il decreto «milleproroghe» avrebbe dovuto stabilire, da subito, nuovi termini per la conclusione del lavoro delle commissioni. Le proroghe fatte a rate, prima aprile, poi giugno, ora settembre, servono solo a complicare il lavoro, anche se commissari scelti tra docenti di ampia esperienza dovrebbero comunque già conoscere una parte significativa dei titoli prodotti negli ultimi anni nella loro disciplina. A ciò dobbiamo poi aggiungere l’eccesso di allarmismo non infrequente purtroppo nella comunicazione del mondo della scuola che genera insicurezza circa la possibilità che l’abilitazione si tenesse a cadenze regolari. E che ha spinto un numero molto alto di candidati a presentarsi in questa prima tornata e a non ritirare la domanda anche dopo che a gennaio è stata indetta la seconda. Mentre è evidente che l’abilitazione deve essere un appuntamento annuale regolare, come prevede la legge di riforma, e l’auspicato rigore delle commissioni dovrebbe quindi indurre i candidati a valutare attentamente l’opportunità di fare domanda. Ma qui si inserisce un «costume italiano»: quello di tentare comunque una prova, anche solo utile per il proprio curriculum. Siamo un Paese con molti talenti, ma abbiamo davvero decine di migliaia di aspiranti credibili all’ordinariato? In conclusione, però, il principale nodo italiano resta quello di dare attuazione con regole chiare, e velocità, a un buon indirizzo politico che ci allineerebbe con quanto si fa da decenni in Paesi con cui siamo in competizione. Un nodo fatto di particolarismi opachi e di ossessione e cavilli regolamentari. Qui ogni buon principio si annacqua e annega. Guardando al futuro: nel settembre dello scorso anno, con Eugenio Mazzarella e Paola Binetti impegnammo con una mozione il governo a promuovere per la prossima tornata di abilitazione «una profonda revisione degli indicatori quantitativi e bibliometrici» e «azioni per una futura revisione degli indicatori quantitativi da utilizzare nelle abilitazioni scientifiche nazionali». Destinatario della mozione, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca. Attendiamo una risposta”.