Sugli asili nido siamo sotto il target Ue

Risale addirittura al 2002 l’obiettivo Ue sui servizi socio-educativi per l’infanzia, che aveva fissato al 33% la soglia per la copertura dei posti negli asili nido. Un target immaginato anche per favorire le famiglie con dei bambini fino ai tre anni. Sono passati diciassette anni e non solo a livello nazionale il dato è ben sotto la media, aggirandosi attorno a un preoccupante 24%, ma la differenza dei posti disponibili nelle singole regioni fa registrare una sproporzione che inevitabilmente ha conseguenze immediate e dirette sul costo degli asili. Dal 44,7% della virtuosa Valle d’Aosta, che si posiziona al primo posto per la percentuale di posti disponibili presso gli asili nido, si passa al drammatico 7,6% registrato in Campania, fanalino di coda di questa classifica che    vede solamente 5 regioni su 21 in linea con gli standard europei. A seguire la prima in classifica, Umbria, Emilia Romagna, la provincia di Trento e la Toscana che superano il target del 33%, mentre a preoccupare è il Mezzogiorno che nel suo complesso appare incapace di tenere il passo delle regioni del nord, anche di quelle sotto soglia.

Uno squilibrio che si riflette pure sul costo delle strutture tra le varie aree della Penisola, il cui conto ricade su   famiglie ed enti locali. In una situazione dunque non rosea, si aggiungono i tagli effettuati dal governo che da quest’anno ha ben pensato di abrogare il bonus di 600 euro per i servizi di baby sitting e quelli educativi, ovvero gli asili, aggravando ulteriormente il quadro. Oltre alla bassa disponibilità di posti negli asili, a seguito di questo taglio, si aggiunge una problematica economica che grava ulteriormente sulle famiglie, impedendo alle donne di rientrare prima a lavoro e complicando la possibilità di iscrivere i bimbi al nido, invece di agevolarla. Come rilevato anche dall’OCSE, infatti, esiste un nesso diretto tra la scarsa disponibilità di servizi pubblici per l’infanzia e la disoccupazione femminile: è di tutta evidenza come le donne-madri che non possono affidare il bambino ad altri componenti del nucleo familiare o sostenere il costo di servizi di asilo nido privati o baby-sitting non abbiano altra scelta che rinunciare in tutto o in parte al proprio lavoro.

Un circolo vizioso   alimentato dalla totale assenza di misure concrete a sostegno della famiglia dall’agenda politica del governo, che rende ancora più complicato avvicinarsi agli   standard fissati dall’Ue. A ulteriore dimostrazione di ciò, basti guardare anche lo stato di stallo totale in cui si trova il programma di promozione del sistema integrato di istruzione per i bambini fino a sei anni, di cui non c’è traccia.

Nel tentativo di superare queste assurde dinamiche, ho presentato alla Camera una proposta di legge per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro che prevede incentivi e sgravi fiscali all’assunzione, misure di conciliazione fra carichi familiari e lavoro e un intervento massiccio per il rafforzamento delle reti per l’infanzia. In particolare su quest’ultimo aspetto, il provvedimento mira alla pianificazione della rete di asili nido e scuole di infanzia, sia pubbliche che private, presenti in ciascun comune e interventi di realizzazione di nuove strutture nei contesti in cui l’offerta pubblica è inefficiente rispetto alla platea di potenziali beneficiari.