Perché da noi il salvataggio è impossibile

di Luca RicolfiLa Stampa dell’11.09.2012

Come si fa a non stare dalla parte dei lavoratori dell’Alcoa? Non è certo colpa dei salari operai se la multinazionale americana sta chiudendo alcuni stabilimenti non solo in Sardegna, ma in Europa (dismissioni sono in corso anche in Spagna).

Ma la vera domanda viene a questo punto: posto che una volta tanto il costo del lavoro, la produttività, l’assenteismo, gli scioperi non c’entrano nulla, che cosa si può fare?

Per rispondere bisogna ricapitolare alcuni dati di fondo della situazione dell’Alcoa. Lo stabilimento sardo di Portovesme finora è rimasto in Sardegna per due ragioni di fondo. Primo, perché la domanda di alluminio non era fiacca come oggi.

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Sorpresa, pure la rigorosa Olanda teme un eccesso di austerità

di David CarrettaIl Foglio del 23.08.2012

Falchi dell’austerità fuori dai propri confini, anti austerità in patria, ma con il rischio di diventare una nuova Irlanda. Gli olandesi che si preparano per le elezioni del 12 settembre – lo stesso giorno in cui la Corte costituzionale tedesca deciderà sul Fondo salva stati – sono intrappolati in una delle contraddizioni più difficili da risolvere, da quando è scoppiata la crisi della zona euro: ingoiare la stessa pillola amara imposta al sud Europa è politicamente devastante, ma può essere necessario per non fare la stessa fine di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna o Italia, anche se si è un paese apparentemente ricco e felice con il suo spread a quota 37.
I temi dell’immigrazione e della sicurezza, che avevano monopolizzato la politica olandese dall’irruzione di Pim Fortuyn, sono quasi scomparsi da questa campagna elettorale. A dominare i dibattiti sono i tagli e le riforme necessari per rispettare gli impegni europei e il Fiscal compact voluto dai paesi rigoristi per iscrivere nel marmo dei trattati l’austerità nordica.

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Non è più la Merkel ma Hollande la chiave di volta dell’eurocrisi

di David CarrettaIl Foglio del 22.08.2012

Più della Corte di Karlsruhe, più dell’intransigenza ideologica della Bundesbank, più di “Frau nein” Merkel, il principale ostacolo al grande piano di Mario Draghi per salvare la zona euro rischia di essere François Hollande. Appena tornato dal Fort de Brégançon, il presidente francese si è ritrovato nel mirino della stampa amica per le sue vacanze un po’ troppo “normali” di fronte al ritorno della recessione, alle banlieue di nuovo in fiamme, alla crisi dell’euro e alla Siria. Secondo Libération, Hollande sembra Monsieur Hulot, il buffo personaggio del film di Jacques Tati, in vacanza in Bretagna con pipa, berretto e pantaloni troppo corti, incurante dei guai che provoca e lo circondano. Il Monde ha denunciato il “rischio immobilismo” di una presidenza che, dopo i primi 100 giorni, ha deluso il 54 per cento dei francesi. Per la “rentrée politique” tutti invocano “scelte politiche”, “riforme” e “leadership”. A cominciare dall’incontro di domani a Berlino con la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ufficialmente dedicato al dossier Grecia.
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Ecco chi sono i falchi tedeschi che sognano di tornare al deutsche mark

di Vittorio Da RoldIl Sole 24 Ore del 21.08.2012

A Berlino, ad Alexander Platz, Mehmet, curdo originario di Marvin, sud-est della Turchia, vende kebab ma vorrebbe il ritorno al Deutche Mark perché l’euro non è forte e stabile come lo era il vecchio marco. Anche Sahra, insegnante tedesca a riposo è in fila per visitare la cupola Parlamento tedesco, quello disegnato da sir Norman Foster, ma è stanca di pagare per le cicale del sud dopo 40 anni di lavoro, una pensione bloccata e il welfare meno generoso di un tempo. Joschka , 22 anni, lavora alla Opel e teme che gli verrà ridotto l’orario di lavoro e lo stipendio a causa del calo di ordini. L’umore popolare sopra Berlino non è a favore dell’euro e i politici locali annusano l’aria in vista delle elezioni.

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L’euromoralismo

di Franco DebenedettiIl Foglio del 06.08.2012

Con la moneta unica viene giù l’Europa ideale sognata dai padri in un delirio di moralismo, contro empirismo e liberalismo politico

“Cade l’euro, cade l’Europa”: la frase pronunciata della cancelliera Merkel davanti al Bundestag il 7 settembre 2011, è stata accettata come una verità indiscussa. Lo è davvero? A ben vedere, è vera solo se è tautologica, e cioè se per Europa si intende quella che si è data l’euro. Se l’Europa non avesse scelto di avere una moneta comune, o se il trattato che la istituisce fosse stato diverso, l’Europa sarebbe continuata a esistere. Nella storia d’Europa c’è già stata una moneta unica, il gold standard: durò cent’anni, e fu uno dei periodi di maggiore crescita e benessere per gli stati europei; era possibile aggiornare quel modello, con una Banca centrale indipendente dalle politiche degli stati, invece del rapporto con un bene fisico, a preservare il valore della moneta. Oppure l’Europa poteva essere semplicemente un insieme di stati in cui realizzare le condizioni di un’economia liberale, un grande mercato senza barriere al movimento di merci, persone e capitali, uno spazio concorrenziale per  iniziative e invenzioni.

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La tentazione nazionalista

di Angelo PanebiancoCorriere della Sera del 12.06.2012

A grandi pericoli corrispondono grandi opportunità. Proprio perché la costruzione europea è oggi a rischio di distruzione esiste anche l’opportunità di darle nuovo slancio. Ha ragione l’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl: la questione dell’Europa coincide con la questione della pace. Persino in un’epoca che si fa beffe della memoria storica si deve sapere che la storia d’Europa è una storia di guerre. Continuare a lavorare nel cantiere europeo, impedire che venga smantellato, serve soprattutto alla pace.

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