Tagliare la spesa e ridurre le tasse

di Luigi GuisoIl Sole 24 Ore del 25.04.2012

Nel volgere di poche settimane il Governo Monti ha dapprima inserito la restituzione ai contribuenti del gettito recuperato all’evasione, lo ha poi ritirato dalla legge delega per il riassetto fiscale per reintrodurlo successivamente e poi ancora depennarlo dal testo definitivo approvato dal Senato il 17 aprile scorso. Perché questo comportamento schizofrenico su una materia così importante? Ovviamente l’entrata e uscita di scena di provvedimenti nelle leggi finanziarie non è una novità, tutt’altro. Ci aveva già abituato il Governo precedente l’estate dello scorso anno quando, come si ricorderà, i provvedimenti sulle liberalizzazioni entrarono e uscirono ripetutamente dalla finanziaria che si stava approntando.

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Consigli di un ex ministro per disboscare rendite, sprechi e tasse inique

di Mariastella GelminiIl Foglio del 24.04.2012

Una buona riforma fiscale, equa e in funzione della nostra crescita, presuppone certo lotta all’evasione fiscale e recupero del “sommerso”, destinando però quel recupero, dovuto all’Erario, alla riduzione del carico fiscale: sbloccheremmo così proprio le risorse necessarie al rilancio dell’economia. In altre parole: bisogna restituire ai contribuenti, sotto forma di una progressiva riduzione del carico dell’imposizione diretta, quanto recuperato dalla lotta all’evasione. Soprattutto perché è tempo che lo Stato ai faccia virtuoso, cominciando a fare seri conti con le sue inefficienze, e a non far più pagare ai soli cittadini i suoi sprechi. Non dimentichiamo infatti che il settore pubblico, oggi, offre servizi di bassa qualità ad un costo elevato. E per fare un solo esempio: il costo dell’intermediazione dei 140 miliardi di contributi annui alle imprese, in alcuni comparti, raggiungerebbe il 26%.

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Livello d'allarme. Sul fisco adesso serve coraggio.

di Fabrizio ForquetIl Sole 24 Ore del 16.04.2012

Nessuno può e deve permettersi di minimizzare l’importanza del decreto “salva-Italia”. Erano settimane cariche di ansia quelle d’autunno e la tenuta del Paese era a rischio. Il carico di nuove imposte che quel provvedimento imponeva era giustificato dall’emergenza. Ed è soprattutto così che è stato possibile invertire un percorso che stava portando l’Italia verso esiti disastrosi.

Il merito, e la credibilità, di quel decreto erano però anche in altro. In due interventi marginali, ma in realtà fondamentali per il messaggio che contenevano. Il primo era la riduzione, seppur minima, dell’Irap che grava sul lavoro; il secondo l’introduzione della cosiddetta Ace (Allowance for corporate equity), che dà vantaggi fiscali alle imprese che si ricapitalizzano. Il Governo sembrava dire: l’emergenza ci impone di alzare la pressione fiscale complessiva, ma sin da ora assicuriamo che la nostra intenzione è ridurre il peso del fisco, almeno sul lavoro e sulle imprese.

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Il modo più semplice per aumentare il PIL

Pubblichiamo oggi questo contributo del signor Floriano Schiavoni in materia fiscale. In attesa di vostri commenti… MG

di Floriano Schiavoni

Tutti si lamentano di un fisco che, nella generalità dei casi, non è equo e di conseguenza non attinge sempre dove dovrebbe causando di conseguenza difficoltà di gestione ai governi sia centrali che periferici.

Se è vero che il “nero” determina almeno un mancato introito fiscale, di almeno 120 miliardi di euro, è ora di pensare a soluzioni legislative pratiche e funzionali, volte a ridurre nei fatti e non nel solo illusorio tentativo di eliminare questo “cancro” dell’economia.

Se da una parte ci sono tanti finanzieri assunti, tanti dipendenti presenti all’interno degli uffici fiscali, tante leggi emanate è altrettanto vero che i fatti quotidiani dimostrano che il nero e diverse attività illecite connesse imperversano.

Lo stato e gli enti pubblici, in questo modo, spendono sempre di più (personale etc.) per prevenire e curare il fenomeno ma da numerosi cittadini arrivano sempre minori tributi e se arrivano questi sono ingiusti.

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Controlli fiscali e società aperta

di Piero OstellinoCorriere della Sera del 03.04.2012

Fra i compiti dello Stato di democrazia liberale c’è quello di far pagare le tasse per garantire la vita, le libertà soggettive, la proprietà e la sicurezza dei propri cittadini. È, perciò, nell’interesse dei cittadini pagarle. Ciò nonostante, ci distinguiamo per essere uno dei Paesi al mondo con la più alta evasione fiscale. Forse dovremmo incominciare a interrogarci perché sia tanto difficile, da noi, far pagare le tasse, chiedendoci: 1) se non siano troppo oppressive – come suggerisce la curva di Laffer: più alte sono, maggiore è l’evasione; più basse sono, maggiore è la propensione a pagarle – rispetto alla capacità contributiva del Paese; 2) se il loro livello troppo elevato non sia in contraddizione con un’economia capitalistica quale è (dovrebbe essere) la nostra, fondata sull’accumulazione della ricchezza da parte della società civile, e non piuttosto non sia in sintonia con uno Stato di «socialismo reale», dove i funzionari e gli impiegati pubblici di ogni categoria e di ogni livello sono cinque volte quelli dei Paesi di democrazia liberale delle nostre stesse dimensioni. In altre parole, forse, incominceremo a pagare meno tasse quando l’impiego pubblico sarà «un lavoro»; non, come adesso, «il posto».

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