SMI e ICE portano 15 marchi italiani a Ekaterinburg

Milano, 03 set.2013: Sono quindici i marchi italiani che si preparano a sbarcare in Russia dal 9 al 12 settembre a Ekaterinburg, la quarta città della Russia, nell’ ambito dell’ iniziativa nata dall’Accordo di settore tra Sistema Moda Italia, il Ministero dello Sviluppo Economico e l’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane. (altro…)

Gli imprenditori della fabbrica accanto

di Dario Di VicoCorriere della Sera del 22.04.2012

Dai virtuosi del cashmere a quelli dei distretti Ecco chi ha già battuto la crisi economica

Per capire che cosa veramente sta succedendo all’economia reale guai ad affidarsi solo ai calcoli sulle medie statistiche. Racconta Innocenzo Cipolletta che ha appena ultimato un’indagine sui processi di ristrutturazione dell’industria italiana: «Crescita zero è un concetto che ormai spiega poco e niente. Anzi, nasconde molte cose. Non ci fa vedere come un pezzo dell’offerta italiana, quella capace di produrre valore aggiunto, si sia addirittura rafforzata. A scomparire sono state, invece, le aziende e le produzioni che non reggono la competizione con i nuovi Paesi produttori».

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Liberare l'Italia da lacci e lacciuoli

di Fabrizio GalimbertiIl Sole 24 Ore del 20.04.2012

Pochi, maledetti e subito. Non sono tanto i soldi che le imprese piangono da quel pagatore renitente che è la Pubblica amministrazione (anche se aiuterebbero non poco); sono i provvedimenti per far ripartire la crescita.

Il Pil non aumenta per decreto legge, disse Giulio Tremonti. Neanche Stalin riusciva a fare crescita con gli ukaze, reitera l’ex ministro. Tutto giusto, tutto vero. Ma da qui a credere e far credere che lo Stato sia impotente di fronte a un’economia che affonda nella recessione ce ne corre. Forse il tormentone dell’articolo 18 ci ha fatto dimenticare quelle linee di faglia che delimitano la gabbia dell’economia italiana: quegli aspetti di qualità e di quantità – qualità del tessuto produttivo e quantità dei vincoli – che stringono l’economia in una soffocante minorità.

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Italia da privatizzare

di Alessandro BarberaLa Stampa del 27.03.2012

Il dibattito sull’alienazione del patrimonio pubblico resta in disparte, soffocato da lavoro e liberalizzazioni. Ma da lì possono arrivare risparmi significativi. Il mercato non è favorevole? A Londra  non la pensano così

Dal 1516 rappresenta l’ultimo baluardo dello Stato imprenditore. L’ultima azienda pubblica di servizi di tutto il Regno Unito. Ora la Borsa riprende fiato e il governo di David Cameron ci riprova: secondo gli analisti della City Royal Mail vale fra i tre e i quattro miliardi di sterline. Se tutto andrà secondo i programmi, dall’autunno 2013 le Poste di Sua Maestà passeranno nelle mani dei privati. Poco importa quale strada si sceglierà, se la quotazione in Borsa o la vendita diretta a privati. Né se gli inglesi potreranno a compimento una privatizzazione di cui discutono da anni. La domanda è un altra: e noi? Che intende fare il nostro governo in materia di privatizzazioni in una fase nella quale – lo dimostra il caso della riforma del mercato del lavoro – il governo va ogni giorno a caccia di risorse?

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Tempi e veti, lo straniero non investe

L’ attesa di 1.210 giorni per rendere esecutivo un contratto in tribunale Le banche. In Italia si rafforza la presenza delle banche internazionali, la forza lavoro cresce del 10%

Undici anni di (inutile) attesa per i permessi del rigassificatore di Brindisi sono l’ eccezione e non la regola. Ma anche la regola non è per niente incoraggiante: 258 giorni, inmedia, è il tempo necessario per avere un permesso di costruzione in Italia. Lo certifica l’ ultimo rapporto «Doing business» della Banca mondiale. Nella statistica c’ è dentro di tutto, dalle domande che giustamente meritano lunghi tempi di attesa (per motivi ambientali, ad esempio) fino ai normali permessi per mettere in piedi un piccolo progetto con tanto di posti di lavoro. Che, soprattutto oggi, non meriterebbe di aspettare quegli otto mesi e mezzo calcolati dalla Banca mondiale, suddivisi in ben 11 permessi necessari prima di arrivare alla meta. Ma non si tratta solo di costruzioni. L’ Italia, nella lista dei Paesi dove èmeno complicato fare affari e aprire un’ azienda, è adesso all’ ottantasettesimo posto su 183, quasi a metà classifica tra il primato di Singapore e la maglia nera del Ciad. Per un Paese del G8 non è il massimo.

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