Telefono in classe? Guardiamo alle esperienze virtuose

Il tema dell’uso nelle scuole dei cellulari è da tempo al centro del dibattito pubblico. Da qualche giorno, è anche nell’agenda dei lavori parlamentari: sta iniziando l’esame, alla Camera, di alcune proposte di legge in materia di educazione alla cittadinanza, fra le quali una a mia firma nella quale si introduce il divieto di utilizzo degli smartphone in classe. La mia pdl riguarda anche altri aspetti dell’educazione alla cittadinanza digitale, come evoluzione dell’educazione civica, ma è normale che il tema dei telefonini sia stato registrato come più notiziabile. Anche perché siamo tutti assorbiti – troppo – dagli schermi dei nostri smartphone.

Ci tengo a precisare che l’informatica è essenziale e così anche l’utilizzo di internet per finalità di ricerca e didattiche. Basti pensare alla possibilità di accedere a contenuti documentali e video, a testimonianze storiche, dati, grafici ecc.. Non rilevano dunque, dal mio punto di vista le obiezioni del ministro, al divieto. La mia proposta di legge, che salva le finalità didattiche, mette l’accento sui fenomeni patologici conseguenti all’esplosione dell’utilizzo anche fra ipiù giovani di smartphone e tablet: non mi riferisco solo al sexting, al cyberbullismo e a tutte le altre categorie del vasto campionario di abusi ben noti alla cronaca e neppure alla sola necessità di preservare in classe un clima di attenzione. Vorrei infatti che, prima di tutto ciò, fossesalvaguardata la dimensione “relazionale” della scuola, come laboratorio d’incontro, confronto e condivisione fra i ragazzi, come persone fisiche che vivono nella vita reale, e non solo in quella virtuale. In poche parole, la vita in classe, deve essere un’esperienza materiale, umana, non una mera compresenza fisica.

Questo approccio mi sembra trovi ampio conforto, se guardiamo all’esperienza di altri Paesi. Il caso francese, che è stato riportato ieri da questo giornale, non è un isolato. Nel Regno Unito, la disciplina della materia è affidata ai singoli istituti ma il totale di scuole che vieta l’uso di smartphone è cresciuto dal 50% del 2007 a oltre il 90% del 2012. E gli effetti sono positivi come dimostrano gli studi della London School of Economics: laddove si è applicato il divieto, eliminando la disattenzione generata dai cellulari, si è “recuperato”, in termini di efficienza, il tempo equivalente a una settimana di lezioni. Anche negli Stati Uniti sono diffuse normative fortemente restrittive in materia. I benefici derivanti dalle limitazioni all’uso dei telefoni cellulari e degli altri dispositivi elettronici sono stati in molti casi salutati con favore dagli stessi studenti. Emblematico l’esempio svedese: nel Paese scandinavo il 57% degli studenti interessati dal divieto (operante nella fascia di età 10-15 anni) ha giudicato in modo positivo la misura, contro una quota di appena il 14% che vorrebbe più elasticità. Questa proposta di legge, dunque, ci allinea alle esperienze più virtuose, e non è affatto una battaglia retrò.