Un giornale inglese svelò tutto, ma fu ignorato

Di Giampaolo Rossi – Da Il Giornale

Nel 2011 lo scoop dello “Spectator”. Per il settimanale la Merkel era pronta ad agire in modo non convenzionale.

Milano, 16 mag. 2014: Era il 12 novembre del 2011, il giorno delle dimissioni di Silvio Berlusconi da presidente del Consiglio, quando il settimanale britannico The Spectator pubblicò un articolo in cui rivelava che l’eliminazione politica del premier italiano era stata imposta dal cosiddetto Gruppo di Francoforte, una sorta di «squadra» speciale composta da un manipolo ristretto di banchieri e tecnocrati europei sotto la copertura politica di Angela Merkel.
L’omicidio politico di Berlusconi fu deciso, di fatto, la sera del 19 ottobre del 2011 all’Alte Oper di Francoforte, uno dei templi della musica classica tedesca. Durante il concerto del maestro Claudio Abbado la Merkel, tra una nota di Mozart e un applauso in abito scuro, pronunciò la sentenza: «Dobbiamo essere pronti ad agire rapidamente e anche in modo non convenzionale». Insomma, il segnale era dato: chiunque si fosse opposto alla Troika sarebbe stato passato per le armi; quando nel G20 di Cannes di poche settimane dopo Berlusconi rifiutò di sottoporre l’Italia alla «repressione finanziaria» che Berlino e Bruxelles volevano imporle, la sua sorte fu segnata.

La decisione fu presa tra pochi ma significativi personaggi: Mario Draghi (che il Cavaliere aveva contribuito a mettere a capo della Bce), Christine Lagarde (la francese nominata da poco direttore del Fondo monetario internazionale, il vero strumento di ricatto per i popoli), l’intramontabile Manuel Barroso, l’anonimo presidente dell’Unione europea Herman Van Rompuy e Claude Juncker, il vecchio tecnocrate lussemburghese già governatore della Banca mondiale e presidente dell’Eurogruppo (oggi candidato del Ppe, e quindi anche di Forza Italia, alla presidenza della Commissione europea); oltre, ovviamente, alla Merkel e Sarkozy. Una «squadra», secondo The Spectator, che poco prima avrebbe imposto la rimozione del premier greco Papandreou con un ex funzionario della Bce.

Fin qui le rivelazioni inglesi di allora che la stampa italiana ignorò. Il resto è storia che ormai siamo in grado di ricostruire.
A differenza del premier greco, abbattere Berlusconi era molto più complicato: primo perché aveva popolarità, consenso e riconosciute capacità politiche. Poi perché godeva ancora di importanti alleanze internazionali: innanzitutto Mosca, grazie ad un rapporto di amicizia personale con Vladimir Putin; e poi Washington, dove anche l’amministrazione Obama riconosceva che il Cavaliere rimaneva uno dei fondamentali alleati degli Usa (e le recentissime rivelazioni dell’ex ministro del Tesoro americano dimostrano che gli americani si rifiutarono di partecipare al complotto).

Inoltre, l’Italia non era la Grecia, la sua economia era forte e, al di là delle manipolazioni finanziarie, stabile. Bisognava che la fine di Berlusconi apparisse come una crisi politica interna. Occorrevano due complici insospettabili: un basista che cancellasse le tracce del delitto politico contro il Cav facendolo apparire un suicidio democratico e un maggiordomo di Bruxelles che prendesse il suo posto. Da tempo erano stati individuati Giorgio Napolitano e Mario Monti. A loro fu affidato il compito e loro fedelmente lo eseguirono. In quei giorni confusi, il giornale inglese scriveva: «Qualche mese fa Sarebbe stato impensabile che il capo di un governo europeo cercasse di destabilizzarne o deporne un altro». Poi l’avviso al premier britannico: senza Berlusconi il progetto Ue entrerà nel suo endgame «illiberale e antidemocratico».