Di Adriana Cerretelli – Da Il Sole 24 Ore

Una volta il governo economico e commerciale del mondo era una partita a due, tra Stati Uniti ed Europa, e comunque quasi esclusivamente occidentale. Poi è venuto il tempo delle frontiere aperte, delle liberalizzazioni, del multipolarismo allargato tra iper-dinamismo delle economie emergenti e relativo declino degli industrializzati. Dall’immobilità del vecchio ordine al disordine e all’ingovernabilità globali, dal G-7 al G-20 il passo è stato breve e spesso confuso.

A 12 anni dall’ingresso della Cina nel Wto, la decisione che ha stravolto tutti gli equilibri globali, e a 5 anni dal fallimento (in parte conseguente) del Doha Round, il negoziato multilaterale per la liberalizzazione del commercio, la svolta di Enniskillen promette finalmente un nuovo inizio: pone le basi di una possibile nuova governance mondiale più organica e ordinata. Alla fine potrebbe anche rimettere l’Occidente al centro della partita. Interrompendo tendenze perniciose per lo sviluppo, come i multiformi protezionismi e nazionalismi di varie specie, almeno nel cuore tuttora transatlantico dell’economia mondiale. Se è vero, come è vero, che la metà del Pil mondiale e un terzo del commercio continuano a esibire la targa euro-americana.
Soltanto un anno fa in pochi avrebbero creduto che Stati Uniti ed Europa, i due grandi antagonisti nei negoziati economico-commerciali del dopoguerra, avrebbero un giorno deciso di sedersi intorno a un tavolo per provare a concludere il più grande accordo bilaterale di libero scambio e liberi investimenti della storia. Nessuno avrebbe creduto che a farlo potesse essere l’amministrazione Obama, distintasi nel primo mandato come la meno europea e la più stizzosa verso un continente vecchio, lontano e in fondo incomprensibile.

L’amministrazione Obama era attirata invece dal dinamismo incontenibile del “Pacific Rim”, tentata dalla scorciatoia semplificatrice di un’intesa strategica con la Cina, da consolidare in un G-2 di fatto.
Una scommessa incauta, alla prova dei troppi interessi conflittuali in campo, di complementarietà sempre meno evidenti ora che l’America è ripartita alla riscossa, decisa a giocare a fondo la carta della reindustrializzazione e del rimpatrio degli investimenti. In breve, della competizione con Pechino.
Da malinconica Cenerentola, l’Europa allora è diventata all’improvviso la principessa da portare all’altare di un proficuo matrimonio di interesse. Reciproco. Origini comuni, stessi valori da sempre, stesse pulsioni democratiche, una solida e collaudata alleanza militare. Certo, rivalità economico-finanziarie e commerciali infinite, frontali contrapposizioni di interessi, anche culturali: carni agli ormoni e Ogm, due nomi per tutti.

Forse però è più facile intendersi quando si ha un grande patrimonio e una lunga storia comune da salvaguardare. Il che non significa chiudere ad altre intese bilaterali. Al contrario. Significa più semplicemente privilegiare la carta più logica, sapendo che la strada sarà comunque tutta in salita e che non è detto che alla fine si arrivi insieme alla meta.
È maturata così in gennaio, solennizzata nel discorso sullo stato dell’Unione, la grande offerta di Obama all’Europa. Ha preso il volo l’altro ieri al vertice irlandese di Enniskillen, dopo il tormentatissimo sì dell’Unione, lacerata fino all’ultimo dalla fronda francese sull’eccezione culturale.
Sulla carta le promesse di un accordo sono più che allettanti: una sferzata da 119 miliardi di euro in più all’anno per l’economia europea e da 95 per quella Usa, prevede un rapporto inglese. Incremento del Pil pro capite del 13% annuo per gli americani e del 5% per gli europei secondo uno studio tedesco. Oltre a 2 milioni di nuovi posti di lavoro. Sullo sfondo di un’interdipendenza che già oggi vale scambi commerciali per mille miliardi all’anno, investimenti per 4.000 miliardi e un totale di 13 milioni di posti di lavoro.

Perfino questi numeri passano però in secondo piano di fronte alla valenza strategica di una partnership economica unica, con dimensione e peso adeguati a riportare stabilità nella governance globale dell’economia, a bloccare se non a invertire il declino relativo dell’Occidente sulla scena globale.
Riusciranno Stati Uniti ed Europa a vincere la sfida contro se stessi, le proprie rendite di posizione, lobby politiche e industriali, i diversi standard, modelli di sviluppo e di società? Non c’è solo la Francia con le sue riserve (in parte fondate) sul futuro dell’audiovisivo Ue. Ci sono anche gli americani con le loro eccezioni finanziarie, fito-sanitarie eccetera.
Questa volta però la posta è troppo alta per perdersi in scontri di corto respiro. Stati Uniti ed Europa hanno già perso la battaglia del Doha Round. Ora non possono permettersi il lusso di auto-infliggersi un’altra sconfitta, affondando la prima grande iniziativa davvero creativa post-globalizzazione e crisi finanziaria. Il treno non passa mai due volte. Per nessuno.