di Luigi GuisoIl Sole 24 Ore del 16.05.2012

Gli esempi aiutano a focalizzare realtà complesse e problemi profondi. Eccone due che mettono a nudo il problema che attanaglia l’Italia: la difficoltà di intravedere un futuro. Su un quotidiano, una lettrice riferisce che un cittadino peruviano che presta servizio da lei e che vive in Italia da oltre 15 anni avrebbe deciso di mandare i suoi figli a studiare in Perù.

All’obiezione della donna che potrebbe mandarli a studiare in Italia la risposta è stata che questo è un Paese senza futuro. Alla stessa conclusione è pervenuto anche un affermato professore di Economia che insegna all’Università di Stanford, Luigi Pistaferri, uno tra i migliori talenti italiani all’estero, al quale l’Eief (l’istituto di ricerca dove lavoro) ha offerto una cattedra con un trattamento comparabile a quello che offre Stanford e un buon ambiente di lavoro.

Pistaferri ha passato quest’anno in visita all’Eief, seguito dalla famiglia per valutare l’offerta, esaminando la nuova localizzazione come si fa in questi casi. Poche settimane fa ha comunicato la sua decisione: ritorna a Stanford. Quello che interessa è la motivazione. Usando le sue parole: «…il fattore accademico ha avuto poco peso nella decisione. Avendo già una rete di coautori ben stabilita, parecchi dei quali in Europa (alcuni anche all’Eief), ho potuto sperimentare che la mia produttività non ha risentito dall’essere localizzato qui. Il fattore più importante che ci ha spinto è che, in una prospettiva di medio-lungo termine, pensiamo che per i nostri figli le opportunità di studiare e lavorare negli Usa sono migliori di quanto l’Italia possa offrire ora e, lo diciamo con amarezza, non vediamo schiarite nel futuro».

Sono due casi polarizzati e per questo interessanti. A un estremo, un immigrato della fascia più povera della popolazione. All’altro estremo un intellettuale che per valorizzare il proprio talento aveva già lasciato il Paese ma che sarebbe disposto a rientravi, ne ha avuto l’opportunità, ma decide di scartarla. Immigrato e intellettuale approdano alla stessa diagnosi: l’Italia è un Paese in cui non si vede un futuro, non per se stessi ma per i figli. In cui, anche guardando avanti non si riesce a pianificare la vita della prossima generazione ed esaminando l’oggi non si percepisce speranza.

Quando la stessa conclusione viene raggiunta da persone appartenenti a strati sociali così distanti vuol dire che il problema riguarda l’intera popolazione. Questa carenza di futuro a medio-lungo termine è il problema che l’Italia ancora non riesce a prendere di petto. Ma è anche quello che la sta impoverendo perché sta dietro alle scelte delle sue menti migliori di lasciare il Paese, delle sue imprese di cercare fortuna altrove, delle imprese e dei talenti di altri Paesi di non trovare l’Italia attraente per investirvi capitale fisico e umano. Quando questo accade è perché un Paese non ha più una guida politica capace di mostrare un percorso che porti alla soluzione dei nodi che ne stanno determinando il declino. Nell’Italia di oggi ricreare una traiettoria per il lungo termine non è compito che può essere assolto da un singolo governo.

Richiede lo sforzo congiunto dell’intera classe politica e della sequenza di governi che esprime, che nell’alternarsi, prendano il testimone lasciato dal governo precedente e ciascuno compia un altro tratto verso la meta. Ognuno correndo a proprio modo, con lo stile che lo contraddistingue, la propria falcata e segnando il proprio tempo, in competizione con il governo precedente e anche con quello successivo. Ma partecipando a una gara comune. Oggi questo non si vede. Viviamo una tregua in cui un governo a termine è stato investito del compito di evitare un tracollo e affrontare al meglio la seconda tranche della recessione. Ha anche completato riforme incompiute e ne ha avviate di altre che i precedenti governi si ostinavano a non fare.

Ma non può garantire che ciò che viene fatto oggi – dalla maggior severità nello scoraggiare l’evasione fiscale, al tentativo di dare al Paese una miglior struttura fiscale, a quello di introdurre elementi di efficienza nella gestione della spesa pubblica o di miglior funzionamento del mercato del lavoro nonché dei rapporti tra governo e sindacati – non venga interrotto o rovesciato tra un anno dal prossimo governo. Servirebbe una profonda condivisione di alcuni dei problemi di fondo del Paese, quelli dettati dalla semplice algebra, così semplice che dovrebbero essere ovvi agli occhi di chiunque, a destra e a sinistra: la necessità di ridurre il debito pubblico, la presenza di uno Stato inefficiente, in tutte le sue articolazioni, dai servizi di sicurezza all’offerta di servizi scolastici, dal malfunzionamento della giustizia a quello dell’Università che ha perso il senso del merito, fino agli apparati amministrativi dello Stato. A questo occorre aggiungere le anomalie di istituti che fanno parte della società civile ma che hanno abusato di previsioni di legge e distorto le loro funzioni – tra questi le fondazioni bancarie e i sindacati. Come non accorgersi che un’azienda di 500 addetti non può sopravvivere con 70 rappresentanti sindacali? E come non convenire che una fondazione bancaria che investe la dotazione in una sola banca fa male alla banca e pregiudica la sua missione?

Il condividere l’esistenza di questi (e altri) ovvi problemi, il prendere un solenne impegno da parte di chi si candida al governo del Paese per risolverli – e ciò sia che si vincano le elezioni sia che le si perda – è l’unica maniera per restituire ai cittadini la possibilità di vedere un futuro in questo Paese nei prossimi decenni. Ma è anche la condizione per dare oggi una speranza a chi, stretto nelle morse della crisi, non solo non vede un futuro a medio termine ma non lo vede neanche a breve.

Fonte: Il Sole 24 Ore