di Angelo PanebiancoCorriere della Sera del 04.06.2012

Se cerchiamo le cause profonde della crisi dell’Europa, possiamo forse identificarne una più generale e una più specifica. La più generale consiste nel «ciclo generazionale». La più specifica nell’incapacità delle élite europeiste di fare i conti con le credenze del common man, dell’uomo comune europeo.

Per ciclo generazionale si intende una regolarità tante volte all’opera nella storia. A una fase di grandi disordini (guerre interstatali e civili) segue una lunga fase di pace e ordine. Coloro che hanno vissuto l’età del disordine e ricordano le morti violente e il senso di costante insicurezza, coloro che sentono ancora, se chiudono gli occhi, l’odore della paura per la sopravvivenza propria e dei propri cari, si adoperano perché quei tempi non tornino più. Ne seguiranno sforzi individuali e collettivi tesi ad assicurare una forma di «pace perpetua» (dentro le società e fra le società affini), un ordine che si spera di costruire su basi solide. I figli di coloro che hanno vissuto nell’età del disordine ne continuano l’opera. Non hanno conosciuto direttamente quella età (o erano troppo piccoli per averne un ricordo distinto) ma sono stati influenzati dai racconti dei genitori. Da quei racconti hanno appreso che l’ordine societario è una fragile cosa, che l’età del disordine potrebbe tornare spezzando di nuovo vite e progetti di vita, sogni e desideri. L’ordine si mantiene grazie allo sforzo della nuova generazione. Possono anche insorgere, qua o là, minoranze violente (terrorismo) ma verranno sconfitte. I padri sono ancora lì a ricordare a tutti l’esperienza vissuta nell’età del disordine.

Poi, a poco a poco, scompaiono tutti quelli che hanno avuto esperienza diretta di quei tragici tempi. Per i loro nipoti non c’è ormai differenza fra le guerre puniche e il nazismo o la Seconda guerra mondiale. Cose che appartengono a epoche lontane, che si studiano a scuola, irrilevanti per la loro personale esperienza. Le inibizioni che hanno condizionato le generazioni precedenti si dissolvono. Non c’è più memoria dell’antica barbarie. Il rischio di una nuova età del disordine diventa elevato.

La Comunità europea, e poi l’Unione, insieme alle altre istituzioni del mondo occidentale sono state per tanti una assicurazione contro il rischio del disordine. Più passa il tempo, più questa funzione dell’Europa comunitaria si indebolisce. Chi ritiene «impensabile» che in Europa possa tornare una età del disordine, simile a quella che la sconvolse nella prima metà del XX secolo, aderisce a una variante ingenua dell’ideologia del Progresso.

La seconda causa della crisi riguarda la distanza, culturale prima che politica, fra le élite europeiste, le élite (politici, intellettuali) che ancora investono nell’integrazione europea, e una parte consistente dei cittadini comuni. È una distanza fra élite e popolo che si spiega, in parte, con la storia dell’integrazione europea. L’Europa fu voluta da élite illuminate. Fino alla moneta unica, l’integrazione fu un processo elitario. Gli elettori, certo, lo accettavano. Perché lo percepivano come una garanzia di ordine e ne ricavavano visibili benefici. Ma da quando il ciclo generazionale ha quasi completato il suo percorso e i benefici visibili sono diminuiti, la distanza fra élite europeiste e «popolo» (o una parte del popolo) è andata allargandosi.

Il referendum irlandese sul fiscal compact dell’altro ieri è andato bene ma quante volte gli elettori dell’uno o dell’altro Paese hanno votato contro i desiderata dei leader europei?

È vero che se crollasse l’euro la catastrofe economica sarebbe immane e forse molte delle nostre democrazie ne verrebbero travolte. Ma perché mai questo (giusto) ragionamento sembra avere poca efficacia politica? Forse perché (o anche perché) molti esponenti delle élite europeiste non sanno entrare in sintonia con il cittadino comune, non sono capaci di empatia. Sottovalutano, in primo luogo, la forza del nazionalismo. Quando si criticano il nazionalismo economico della Germania di oggi e i comportamenti che hanno portato la crisi dell’euro al limite della rottura, si dimentica che il nazionalismo economico è una sottocategoria del nazionalismo tout court , non ha vita autonoma. La maggior parte degli europei continua a identificarsi nella propria nazione. Il fatto che il nazionalismo non si manifesti con l’aggressività bellica di un tempo nulla toglie alla sua perdurante vitalità.

Le élites europeiste sottovalutano, poi, l’importanza che mantengono per i cittadini le istituzioni della democrazia nazionale. Saranno anche meri simulacri, privi di potere effettivo, ma sono le uniche, perché più vicine a loro, che i cittadini pensano di potere influenzare. Se non si fa loro cambiare idea su questo punto diventa un esercizio sterile invocare l’integrazione politica sovranazionale.

La proposta migliore l’ha avanzata l’ex ministro tedesco Joschka Fischer (su questo giornale, il 26 maggio). Creiamo – ha detto – una «euro-Camera», una sorta di Camera bassa, nella quale siano presenti sia le maggioranze che le opposizioni di ogni Stato dell’Eurozona. L’attenzione di mass media e opinione pubblica si concentrerebbe sulle alleanze che vi si creano e le decisioni che si prendono. È una buona idea: prende atto del fallimento dell’attuale Parlamento europeo e suggerisce una strada più coinvolgente.

Ma è solo un esempio. È compito delle élite guidare gli altri cittadini con lungimiranza. Ma se, per mancanza di empatia e di attenzione ai loro umori e orientamenti, se ne allontanano al punto da non scorgerli più, allora il loro ruolo è finito. L’Europa corre lo stesso rischio.

Fonte: Corriere della Sera