di Dario Di VicoCorriere della Sera del 01.06.2012

La relazione del debutto di Ignazio Visco nella nuova veste di Governatore della Banca d’Italia si è segnalata innanzitutto per la netta cesura rispetto al metodo adottato negli anni passati. Eravamo abituati ad uno schema nel quale le Considerazioni finali rappresentavano il punto di incontro tra l’elaborazione delle élite e le esigenze del Paese reale. Un magistero che si incaricava di spiegare le vere condizioni di salute dell’economia, metteva a nudo ritardi ed omissioni della politica e, infine, elencava le principali terapie da adottare per tentare di rilanciare l’Azienda Italia. Visco invece ha scelto da subito la discontinuità, ha voluto porre termine a una sorta di supplenza intellettuale che Palazzo Koch aveva esercitato negli anni passati e ha preferito che anche le Considerazioni, in qualche maniera, si normalizzassero. Che perdessero del tutto il tono della predica. Ha fatto bene.

Se sul piano del metodo Visco, dunque, ha pienamente ragione, nel merito – invece – avrebbe potuto essere più incisivo. Negli anni caratterizzati dal protagonismo politico di Silvio Berlusconi e da un ampio consenso attorno alla sua figura la Banca d’Italia non aveva lesinato critiche, senza aver alcun timore di cadere nel delitto di leso governo. Perché invece nei confronti di un esecutivo tecnico, come quello guidato da Mario Monti, Visco è stato così poco incalzante? Solo per limitarsi a un esempio, il Governatore non ha nemmeno citato la riforma del lavoro approvata poche ore prima dal Senato dopo numerosi cambiamenti e mal di pancia. E ancora: si parla in queste ore di un «pacchetto crescita» in avanzata fase di gestazione a Palazzo Chigi ma nemmeno in questo caso Visco ha sentito la necessità di focalizzare il tema o di valutare l’impatto dei provvedimenti in discussione rispetto all’economia reale. Eppure non si sarebbe trattato, come in passato, di una polemica serrata tra Via Nazionale e Palazzo Chigi bensì di un confronto costruttivo tra due economisti legati da un comune alfabeto e da reciproca stima.

I passaggi che il Governatore ha dedicato all’Europa sono stati molto apprezzati dal pubblico per il rigore analitico e l’autentico spirito comunitario ed è sicuramente da condividere il rimprovero, rivolto a tutti noi, di non aver saputo approfittare pienamente di due condizioni di vantaggio apportate dall’euro: la stabilità dei prezzi e i bassi tassi di interesse. Quanto alle banche non si può dire che Visco non le abbia difese. È vero che le ha invitate a snellire l’articolazione societaria, a diminuire il numero delle sedie dei consigli di amministrazione e a intervenire sul costo del lavoro ma il Governatore, prima di ogni altra cosa, è parso farsi carico del malessere e dei rischi di demotivazione che attraversano i gruppi dirigenti bancari. Dal suo autorevole scranno li ha assolti dall’accusa di aver chiuso i rubinetti, di aver fatto mancare risorse all’economia reale e quando ha puntato il dito sul peggioramento della qualità del credito ha individuato quasi esclusivamente cause esogene alla banca. Ma, pur senza voler tornare alle polemiche sul credit crunch e sull’uso della liquidità Bce, siamo proprio sicuri che si stiano facendo i necessari passi in avanti nell’individuazione del merito di credito delle imprese? E si può affermare che le banche stanno progredendo significativamente nella lettura delle trasformazioni dei territori e nell’approntamento degli strumenti più adeguati? Vorremmo tanto rispondere di sì.

Fonte: Corriere della Sera